Major-365

Oggi parleremo del prodotto Major-365.
Perché questo nome particolare? Semplice, perché quando si entra in una uccelleria, e si cerca un prodotto particolare, troviamo molte miscele di semi più o meno adatte a quello che vogliamo, ma che in fondo, non ci soddisfano appieno; ecco quindi che, dalla collaborazione pluriennale fra le marche Unica e Blattener, nasce una composizione creata solo ed esclusivamente per i cardellini Major ed è possibile lasciarlo a disposizione dei nostri amati beniamini tutto l’anno(appunto 365).

La seconda domanda che uno si pone potrebbe essere la seguente: che cosa ha questo prodotto in più rispetto a quelli utilizzati fino ad ora?
Ebbene possiamo dire che la marca italiana è nata ponendosi davanti degli obbiettivi ben specifici, il primo fra tutti la qualità dei loro prodotti. Essi si procurano le migliori semente adatte anche al consumo umano, preferendo di gran lunga non inserirvi all’interno conservanti che possano allungare la data di scadenza e che soprattutto sono coltivate senza l’utilizzo di omg.
Sono in primis un gruppo di allevatori appassionati che vogliono garantire ai loro clienti alimenti nutrienti e con qualità garantita.

I cardellini Major sono i più gettonati dagli allevatori, anche perché la loro dimensione maggiore rispetto ai nostrani è preferibile nel caso in cui vi siano presenti delle mutazione nel colore del piumaggio. Sono comunque animali molto vivaci ed hanno bisogno costantemente di molta energia poiché in quanto a delicatezza non superano altre specie di dimensioni più piccole.
Ed ecco quindi che la miscela Major-365 si presenta come un pastone uniforme, definito più tecnicamente come patè, con assenza totale di sottoprodotti e grassi animali.
E la Blattner cosa ha fatto? Per conferire tutta questa qualità nel prodotto gli amici tedeschi hanno attentamente selezionato il mix di sementi assicurandosi che non vi sia la presenza di conservanti chimici e antifermentativi. Una collaborazione di tutto rispetto, studiata per il fabbisogno dei piccoli beniamini.

Come abbiamo precedentemente detto la miscela si presenta sotto forma di pastone, bilanciato, facile da digerire, che i cardellini apprezzano molto volentieri. Basta versare il prodotto nelle ciotole contenitive e vedremo gli uccellini tuffarvisi all’interno ghiotti come se lo avessero sempre avuto a disposizione. Si può somministrare il prodotto 365 giorni all’anno, in quanto offre un ottimo apporto di vitamine e sostanze minerali, adatto ad ogni periodo dell’anno, dalla muta, alla cova, allo svezzamento dei pullus ecc… Non vi sono alcune contrindicazioni che vietino all’allevatore di lasciarglielo sempre a disposizione a patto che sia utilizzato come accompagnamento alla normale miscela e non come sostitutivo.
Vediamo quindi gli ingredienti di questa miscela:
Pan di spagna, cereali, prodotti della panificazione, semi ortivi/prativi, leguminose predigest, oli vegetali, polpa di carruba micronizzata/tostata, zuccheri e sali minerali.
Valori nutrizionali:
Proteine 13%
Massa grassa totale 7,8%
Materia inorganica 5,6%
Acqua 10,2%
Per quanto riguarda il rapporto qualità prezzo sappiamo bene che non si bada a spese per la qualità. 4Kg di alimento viene a costare 18 Euro, quindi per coppia abbiamo a disposizione molti giorni prima di dover ricorrere ad un altro pacco.50404249_1090152554498610_885815465539010560_n.jpg

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Leiothrix Lutea, l’usignolo del Giappone

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Come dice il suo nome, l’usignolo del Giappone è tipico dell’Asia orientale, ma il suo nome può trarre in inganno gli inesperti, in realtà è una specie proveniente dalle zone intorno all’Himalaya, importato in tutto il mondo.
I nostri nonni ed i nostri genitori potrebbero giurare di averne avuto almeno uno a casa propria, poiché il suo piacevole canto fu anche la sua condanna negli anni passati, dove migliaia di esemplari furono catturati in natura e segregati in minuscole gabbie per allietare con la sua voce i salotti delle case degli italiani.
Al giorno d’oggi l’usignolo del Giappone è stato rivalutato in allevamento ed il suo prezzo non è più al pari di un canarino come lo era una volta; anche nelle fiere di città, ai banchetti dedicati agli animali, lo possiamo trovare mentre canta sui posatoi e vengono spesso venduti senza sapere la loro provenienza, probabilmente catturati in natura e rivenduti agli sprovveduti.
Questo perché è un uccellino dalle piccole dimensioni, dotato di una straordinaria abilità: quello di adattarsi al territorio in cui si trova. Nei decenni scorsi questa specie è stata liberata nei nostri ambienti ed ora ha preso piede in tutta Italia, in Europa e nel mondo, con popolazioni ben consolidate e riproduttive.
Le colonie osservate sul territorio possono variare da pochi esemplari a decine di individui e di abitudini stanziali, quindi non migratorie.

Si nutrono prevalentemente di insetti, ma anche di sementi e bacche e non è difficile avvistarli in ogni stagione dell’anno se si sa dove andare a cercare. Non hanno una preferenza di habitat per nidificare, anche se sono stati osservati stazionare nei bambù e negli arbusti fitti, dove spesso si riuniscono la notte tutti assieme.
La specie è comunque allocnota, giudicata da molti invasiva, anche se non è stato appurato nelle nostre zone che possa portare danni ad altri uccelli o all’ambiente.

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Per seguire di più il loro sviluppo demografico, i centri ornitologici hanno istituito una serie di progetti in cui numerosi volontari sono stati chiamati a segnalare la presenza degli esemplari in determinate aree qualora venissero avvistati, ed addirittura mandati a cercare luoghi di nidificazione. Hanno così allestito delle mappe geografiche in cui sono segnate le zone di avvistamento e sembrerebbe che queste aree si stiano via via sempre più ingrandendo, senza però diventare una minaccia.
Ad oggi l’usignolo del Giappone lo si può trovare sia nei parchi naturali e sia fra gli alberi in mezzo alle nostre case di città.
Sono uccelli piuttosto confidenti e non si sentono assolutamente minacciati dall’uomo.
Anche se non riuscite a vederli, il loro richiamo è piuttosto riconoscibile, anche perché restano continuamente in contatto fra di loro, anche a breve distanza. Lo chiamano usignolo, anche se non appartiene a questa categoria, per via del suo canto che può variare a seconda della stagione, soprattutto se in periodo riproduttivo.
Tuttavia se dovreste sentirlo e vi soffermate ad ascoltare, sicuramente vi capiterà di vederlo saltellare fra gli arbusti poiché difficilmente rimarrebbe in posizione statica.
I maschi hanno la livrea molto più accesa rispetto alle femmine con il piumaggio molto più tenue e queste ultime non hanno le proprietà canore dei loro partner.

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Il loro allevamento è considerato non molto facile e per avere quasi sicuramente successo bisogna allevarli in voliera, anche se molte fondi ritengono che se l’animale è nato in cattività in un ambiente piccolo è più facile riprodurlo. L’alloggio va posizionato in una zona poco disturbata e al suo interni vanno posizionate delle piante per far si che gli uccelli possano nascondersi. Non dimentichiamoci che hanno comunque bisogno di una zona riparata dalle correnti.
La coppia è meglio sceglierla con largo anticipo ed inserirla il prima possibile per abituarli all’ambiente e far creare fra di loro feeling. La stagione degli amori inizia in primavera e il nido è possibile usare quello fatto a cestino di vimini come quello dei canarini, lasciando a disposizione fili di erba secca, yuta ed altro materiale simile al naturale. Ho visto soggetti delle mie zone utilizzare con piacere i crini dei miei cavalli.
La femmina depone dalle 3 alle 5 uova che covano entrambi gli esemplari e si schiudono dopo circa 12 giorni.
L’alimentazione è piuttosto variegata: in commercio possiamo trovare delle miscele per insettivori che dovremmo lasciare loro a disposizione in angoli da raggiungere facendo un po’ di attività, quindi lontano dai posatoi. Spesso questi uccelli gradiscono molto l’uovo sodo schiacciato e frutta sbucciata e fatta a pezzetti. Inoltre si può somministrare loro anche delle semente costituite da scagliola, avena decorticata, colza, canapa schiacciata e con parsimonia semi di lino, di papavero e di niger. Ovviamente i semi non devono costituire la loro dieta principale, ma solo una integrazione. Non dimentichiamo che, soprattutto nella stagione riproduttiva, bisogna fargli avere giornalmente tarme della farina, camole e lombrichi.

Per chi fosse interessato ad osservarli in natura, il Centro Ornitologico Toscano mette a disposizione mappe e indicazioni su dove trovarli.

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Immagini tratte dal motore di ricerca google.

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Il gruccione(merops apiaster) nel parco naturale del fiume Magra

Ogni anno è una presenza che caratteristica l’arrivo del caldo nelle zone del parco fluviale della Val di Vara e Montemarcello magra.
Il loro arrivo è previsto verso il mese di Maggio, anche se per l’anno 2018 il loro arrivo è stato tardivo.

Il parco è una riserva naturale abbastanza variegata e vanta di avere numerosi uccelli migratori e non, i quali, per tutto l’anno, si alternano alla nidificazione e allo svernamento. Ma i nostri amici gruccioni non sono così conosciuti come potrebbe sembrare. Turisti ed abitanti difficilmente si dedicano all’osservare questi animali e gli appassionati di birdwatching sono spesso disturbati dalla gente che percorre i sentieri del fiume schiamazzando e cacciando nei periodi consentiti dalla legge.

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La zona è molto favorevole alla loro nidificazione in quanto sono presenti argini interamente verticali e sabbiosi in molti punti, tutt’intorno vegetazione fatta di arbusti e alberi, e la popolazione di insetti è molto alta.
Nei periodi di cova è possibile osservare numerosi scavi dei loro nidi lungo i tratti poco frequentati, dove il maschio, o altri procacciatori di cibo, si guardano in giro con fare circospetto prima di entrare a nutrire la femmina in cova o i piccoli.
Purtroppo per loro però, non è tutto rosa e fiori; molte persone si recano sulle sponde poco accessibili del fiume per pescare, cosa vietata dal comune, ma raramente controllata, ed i pescatori abusivi vedono nel gruccione un potenziale rivale nella caccia al pesce, al pari di un martin pescatore(anche esso presente sul territorio). Questo denota la grande ignoranza della popolazione residente intorno al parco, sopresi purtroppo poche volte, a tappare i buchi delle tane per impedire agli uccelli di andare a cacciare.
Da qualche anno alcuni volontari delle Giacche Verdi si erano offerti di controllare il territorio al posto della forestale, ma non hanno avuto molto successo, tant’è che si è ultimamente parlato di sciogliere l’ente che se ne occupa, scatenando le ire dei sostenitori. Questi ultimi hanno istituito una raccolta firme per bloccare questa decisione, per mantenere l’area sotto tutela forestale e per cercare di arginare il problema dell’abuso edilizio, molto avanzato lungo le sponde del parco.

Che fine faranno i nostri amici gruccioni lo deciderà solo il tempo, ma per il momento gli appassionati possono ancora godere dei loro richiami e dei loro voli in gruppi al calar del sole, dove le temperature sono più favorevoli in quanto nel 2018 si è arrivati a picchi di 39 gradi nelle ore centrali del giorno.

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Ma vediamo ora le caratteristiche di un gruccione.
Il suo nome scientifico è Meros Apiaster(quello che possiamo trovare sul nostro territorio), riconosciuto spesso come mangiatore di api. In realtà è un uccello che si ciba di qualsiasi insetto gli capiti a tiro e nella stagione degli amori il maschio conquista la femmina portandole il cibo come regalo.
Arriva circa a 25-30 cm compresa la coda ed il dimorfismo sessuale è praticamente assente. Caccia lungo il territorio dove risiede sia cercando gli insetti volando che utilizzando un posatoio in attesa di vedere una preda interessante. Chi non sa riconoscere questo uccello lo confonde con il martin pescatore, anche se le colorazioni sono molto differenti: gola gialla, banda nera sull’occhio, dorso sfumato arancio e rosso e ventre blu-verde con becco sottile e coda lunga terminante con le penne spuntanti.
Come abbiamo già detto predilige zone secche con presenza di corsi d’acqua e arbusti alti e passa la maggior parte del tempo in volo. Il nido viene costruito da entrambi i genitori su parete verticale facilmente modellabile come l’argilla, ma non manca l’abitudine di farlo anche in terra, se ci sono condizioni possibili. Durante la cova e la cura dei piccoli entrambi i genitori riposano all’interno del nido profondo un metro e mezzo terminante con una camera spaziosa sufficientemente per depositare le uova.
Per la fine di Agosto si possono osservare in cielo mentre si radunano in gruppi prima della partenza per la migrazione, dove passano l’intero inverno nelle regioni dell’Africa orientale-meridionale ed occidentale.

Esistono alcuni allevatori nel mondo che si sono cimentati nell’allevamento in cattività dei gruccioni. Io stessa vidi degli esemplari ad una mostra scambio, ma quegli esemplari non avevano niente a che vedere con lo spettacolo che si osserva in natura.
Tuttavia vi sono testimonianze di allevatori che garantiscono che non è un allevamento facile. Sono obbligati a detenerli con i permessi dovuti in ampie voliere e cercare il più possibile di avvicinarsi alle loro abitudini. Oltre quindi alla costruzione di un grande posto è necessario tenerli in colonia e costruire degli spazi atti alla nidificazione costituiti prevalentemente da sabbia.
L’alimentazione poi sembra molto complicata in quanto hanno bisogno continuamente di prede vive; in media un gruccione può catturare fino a 200 insetti al giorno. Vecchi articoli parlano di arnie poste ai perimetri delle voliere dove queste ultime hanno seminati al loro interno fiori per attirare le api.
Non è certamente una impresa impossibile, ma prima di cimentarsi nell’allevamento di questa specie è necessario aver grande conoscenza dell’animale e moltissima esperienza su altri tipi. Molte fonti, però, possono giurare che i gruccioni, in fondo, non si abituano mai alla vita in voliera anche se nidificano con frequenza in quanto la bellezza di questo uccello è vederlo compiere acrobazie in volo e non costretto alla non migrazione.
Se però il detto italiano è “allevare per proteggere” potrebbe essere una valida alternativa futura in caso di un collasso demografico, anche se attualmente si contano migliaia di coppie riproduttrici.

fotografie di Maurizio Catti

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Atrezzature del falconiere: il logoro

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Il logoro è uno strumento basilare per l’addestramento di un rapace, che sia diurno, notturno, di basso o alto volo.
Ogni falconiere, solitamente, preferisce costruirsi il proprio logoro personale non appena ha un po’ di dimestichezza con lo stesso. Possono essere di materiale diverso con forme simili fra di loro ed è uno strumento utilizzato ed introdotto al falco non appena ha imparato bene il richiamo al pugno(quest’ultimo lo inserirò nell’articolo legato all’addestramento), questo perché il falco deve imparare a tornare da noi non appena sente il richiamo.
Apro una parentesi: l’ addestramento di un falco avviene solo tramite il cibo e il premio, poiché è un animale opportunista e non affettuoso, e non sarebbe più interessato a noi nel momento in cui vede che non gli viene in alcun modo offerto del mangiare; il logoro, quindi, è uno strumento di addestramento che viene utilizzato solo se questi ha legato a se della carne succulenta da mostrare al rapace(e per ultimo fargliela avere).

Come ho già detto, il logoro è di vario materiale, spaziando dalla yuta al cuoio, riempito con materiale non troppo morbido, il quale, una volta cucito, dia una consistenza solida ma non dura e che il rapace possa prendere con gli artigli per molte e molte volte senza rischiare di rovinarlo. Il peso ideale non deve essere troppo leggero e tanto meno troppo pesante, altrimenti si rischierebbe di scoraggiare l’animale e portarlo a non avere più interesse.
La forma che deve avere un logoro, deve essere come quella dell’animale alla quale vogliamo destinare il falcone a cacciare, perciò è importante riprendere la sagoma di un colombo o di una quaglia o anche di una lepre. Su internet si trovano spesso delle sagome guida da apporre sul materiale e quindi ritagliarlo prima di essere riempito e cucito.
Non mancano ovviamente ali essiccate o piume o pelo da apporvi per rendere l’oggetto ancora più simile alla preda che si troverebbe in natura.
Al centro di esso, tramite resistenti lacci di cuoio, viene fissata la carne. Viene solitamente utilizzato il cibo più buono e succulento, quale testa di pollo o pulcino per invogliare il rapace ad avvicinarsi ed afferrarlo.

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Il logoro viene utilizzato diversamente a seconda se il rapace è di alto o basso volo e da come vorremmo affinare le sue tecniche di caccia. Di certo non possiamo fare dei “passaggi” raso terra ad un Pellegrino, quando tutto il divertimento sta nel vederlo sfrecciare vicino a noi cambiando spesso direzione. Si consiglia sempre di utilizzare il logoro con il rapace solo quando il neofita avrà preso dimestichezza con esso, altrimenti rischierebbe di confondere il suo allievo e creare problemi di addestramento difficili da correggere una volta che si è appreso il metodo sbagliato.
Viene fatto girare in senso orario tenendolo lungo per una cordicella e le prime volte viene facilmente concesso al falco per fargli prendere confidenza, abituandolo a mangiarci sopra, scoprendo di ricevere ogni volta che vede lo strumento, una cosa ghiotta. Capita a volte che il rapace copra con le ali il logoro per evitare che il padrone lo prenda, ma qui bastano pochi accorgimenti per arginare questo piccolo difetto.

Il corretto uso del logoro è FONDAMENTALE per richiamare il falco in qualsiasi situazione, soprattutto dopo delle azioni di caccia degne di nota, che abbia catturato o meno la preda.
Mi verrebbe voglia di scrivere anche come viene utilizzato e approfondire il breve articolo, ma so che molto di voi, magari neofiti, vorrebbero fin da subito usarlo leggendo semplicemente questo post. Come ho già detto, verranno dedicati articoli dove viene spiegato l’addestramento di un falco, ma il mio consiglio è sempre quello di chiedere a qualche falconiere di permettervi di seguirlo per apprendere con i propri occhi i segreti necessari alla sopravvivenza vostra e del vostro rapace.

Logori-con-ali_thumbImmagini tratte dal web e da tuscany hoods

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Eventi e fiere: 79^ ESPOSIZIONE ORNITOLOGICA INTERNAZIONALE SOR

Eccoci pronti a pubblicizzare un evento alla quale abbiamo spesso partecipato, con qualche lamentela a riguardo, ma sempre pronti a vedere i miglioramenti fatti.
Ecco qui il manifesto della 79esima esposizione ornitologica di Reggio Emilia che ogni anno si svolge nel mese di Novembre, quando gli psittacidi sono pronti a covare e si trovano centinaia e centinaia di novelli da pochi mesi anellati.
Non mancherò occasione di ricordarvelo ovviamente e spero di riuscire anche a farci una capatina, ho un sacco di rapporti da riallacciare. E’ proprio una vera passione, spesso ci ho pensato e con rammarico ho sempre visto di non poterci andare.
Bene, aspettiamo questo evento con entusiasmo allora!copertinaintle2018scelta-DEFINIT

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Buongiorno a tutti. So che sono stata assente per moltissimo tempo e me ne scuso. Purtroppo, a causa di eventi esterni ho dovuto smettere di allevare e quindi  l’ornitologia nel mio ambiente ha dovuto trattenersi molto.

Ma sono qui per ricominciare! Presto, molto presto, verranno innovazioni: un dominio proprio, gli articoli non saranno piu’ una raccolta di altri articoli, ma interamente personali basati su studio e conoscenza e verrà inserita anche la lingua inglese, in quanto ho notato che la maggior parte delle visite provengono tutti dall’estero e sarebbe bene aiutare i visitatori nella comprensione. Mi rivedrete sui siti importanti, verranno collegati link direttamente alle aziende piu’ interessanti e via via nuove interazioni con i numerosi allevatori e appassionati di ornitologia.

A prestissimo!

Colgo l’occasione della brutta giornata successa oggi a Genova per fare le mie piu’ sentite condoglianze ai parenti delle vittime e volgo un caloroso abbraccio ai feriti. Il ponte era il simbolo della città, ma anche della Liguria intera. Un vero disastro, una vera calamità per tutti noi. Non ci sono altre parole per esprimere lo sgomento che aleggia nell’aria. Una vigilia di ferragosto veramente triste e terribile 😦
Speriamo che la vita ci riserbi momenti migliori.

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La rogna del becco nelle cocorite

Riprendo l’articolo breve scritto dalla clinica casale sul sile. Magari un giorno faremo un approfondimento.

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La rogna del becco o rogna Knemidocoptica può colpire tutti gli uccelli, ma ha una particolare predilezione per la specie Melopsittacus Ondulatus, meglio conosciuto con il nome di Parrocchetto Ondulato o Cocorita.
Questo simpatico pappagallino australiano è uno degli animali da compagnia più diffusi al mondo.
La colorazione ancestrale, quella cioè presente in natura, è solo verde e gialla. Il maschio adulto si riconosce facilmente dalla femmina perchè la cera del naso è blu acceso, mentre le femmina ha il naso rosa.
In cattività sono state selezionate moltissime mutazioni di colore che lo hanno reso tanto popolare ed apprezzato al grande pubblico.
E’ piuttosto comune trovare, specialmente tra animali stipati insieme in spazzi angusti e poco igienici, delle caratteristiche deformità della zona della testa attorno al becco.
Possono presentarsi come croste attorno alla congiuntura tra le due ranfoteche superiore ed inferiore oppure come protuberanze allungate. Alcuni soggetti possono avere il becco deformato e non riuscire più ad alimentarsi normalmente.
I libri divulgativi presenti in commercio consigliano improbabili terapia casalinghe a base di olio, zolfo e pomate antibiotiche ad uso umano.
Esiste invece un protocollo terapeutico efficace e sicuro per la salute dei nostri pappagallini.
E’ importante rivolgersi quanto prima ad un Veterinario Aviare per instaurare la terapia del caso.

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